A Villa Medici l'arte da toccare, assaggiare e portare a casa

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Christian Boltanski, Dispersion à l'amiable, 1991-2018. Foto: © Daniele Molajoli. Courtesy of Accademia di Francia a Roma - Villa Medici

Roma - Varcata la soglia di Villa Medici, il primo gesto - che sorge spontaneo nel visitatore - è quello di chinarsi a raccogliere le tantissime caramelle blu depositate da Felix Gonzalez-Torres o gli indumenti usati - tra felpe, camicie e jeans da bambino -che caratterizzano le prime due sale dedicate alla mostra.
Perché Take me (I’m yours), in corso fino a “esaurimento delle opere”, cui seguirà il vuoto generato dal “fuori tutto”, nella sede dell’Accademia di Francia a Roma, più che un percorso espositivo è un’esperienza partecipativa che riunisce le opere dei 15 pensionnaires di Villa Medici, affiancati a numerosi artisti internazionali, per un totale di 89 partecipanti.

All’ingresso viene consegnata al pubblico una busta nella quale è possibile conservare l’oggetto del cuore dal quale si resta maggiormente colpiti. Insomma è possibile portar via più o meno tutto, ad eccezione del robottino aspirapolvere, anche questo parte dell’allestimento, ma assolutamente da non toccare.

Prendere, sfogliare, provare, scambiare, prendendo parte alla completa disseminazione, trasformazione e rinascita delle opere esposte. Tutto quello che solitamente in un museo non è consentito agli ospiti, in questa elegante villa abbarbicata sulla collina del Pincio - dove un tempo sorgevano gli Horti Luculliani, passata poi nelle mani di Messalina che proprio in questo edificio venne uccisa - è decisamente concesso.

Fortemente voluta dalla direttrice Muriel Mayette-Holtz e a cura di Christian Boltanski, Hans Ulrich Obrist - che l’avevano concepita nel 1995 per la Serpentine Gallery di Londra - e Chiara Parisi, Take Me (I’m yours) è la “più vasta mostra d’arte contemporanea mai presentata a Villa Medici”.

Vent’anni dopo l’edizione londinese, una prima riedizione si era svolta alla Monnaie de Paris, suscitando un enorme entusiasmo, tanto da essere riproposta alla Kunsthalle Charlottenborg di Copenhagen e al Jewish Museum a New York. Poi, nel 2017, è stata la volta di Bienalsur, la Biennale d’arte contemporanea dell’America del Sud, e dell’ HangarBicocca di Milano.
E dopo Villa Medici sarà ricreata altrove, chissà con quali oggetti, visto che alla fine, poco o addirittura niente rimarrà dell’originale allestimento.

Le opere dei pensionnaires dialogheranno con i lavori di artisti di fama internazionale - da Yoko Ono a Maurizio Cattelan, da Gianfranco Baruchello a Luigi Ontani, da Christian Boltanski a Giulia Andreani - prendendo parte a un format espositivo di grande successo che ha già fatto il giro del mondo. L’esposizione a Villa Medici è concepita come un cantiere, secondo la tradizione rinascimentale, dove tutte le discipline si mescolano nella costruzione di un progetto unitario. In questa autentica industria urbana si ritrovano artisti, architetti, designer, musicisti, scrittori, che per intere giornate hanno lavorato insieme.

Ponendo il visitatore al centro del progetto, Take Me (I’m yours) si trasforma giorno dopo giorno consentendo al pubblico di assaporare un’esperienza unica d’incontro con l’arte, in tutte le sue forme, abbattendo la barriera fisica e morale che generalmente separa i visitatori dalle opere. E allora ecco il visitatore prendere un timbro, intingerlo nell’inchiostro e lasciare il segno del proprio passaggio su una parete, oppure incollare (o rompere) i pezzi di un piatto rotto da Yoko Ono, prendere e portare con sé un vecchio disco di Alvin Curran. E ancora una cartolina invita a “Fare l’amore nonostante le spine, le rovine e le macerie”, una sedia ammonisce “swap me, I’m not yours”, mentre il discorso di Pericle agli Ateniesi del 461 a.C. - che irrompe in questa esperienza di arte democratica intesa come bene comune - guarda al poster che recita “L’Unione Europea non è una macchina senza volto. Rappresenta 508 milioni di persone che vivono e lavorano insieme in pace”. Anche questo da avvolgere e portare a casa.

Se da un lato il pubblico ha la possibilità inusuale di prendere possesso dei lavori in mostra, dall’altra gli artisti si riappropriano degli spazi storici della villa, mettendo il loro zampino tra le antiche Gallerie dei Cavalli, la Cisterna romana, il giardino di fronte alla celebre facciata di Villa Medici, l’antica casa di Onorio. In occasione della mostra sono stati, infatti, aperti al pubblico, per la prima volta, i sotterranei della Villa dove, accanto a una freccia disegnata intorno al II secolo d.C, campeggia la scritta “La storia non è più disponibile” “scolpita” da Mario Garcia Torres.
Aggirandosi nel dedalo di cunicoli abitati prima dell'arrivo dei Medici, gli ospiti possono odorare la “fragranza della compassione” di Carsten Höller - sinceramente poco gradevole - o toccare il Seno in saturno dell’artista francese Annette Messagere.

La performance - che rompe un tabù, mettendo davvero in discussione la concezione dell’arte intesa come “sacra reliquia” - è giocosa, appassionante, tutta da scoprire, e si inserisce all’interno del ricco programma di Villa Medici che accoglie artisti e ricercatori di nazionalità, generazioni e discipline diverse, offrendo loro l’opportunità di dedicarsi pienamente alla propria ricerca.

Forse le opere descritte in questo articolo tra qualche ora o tra qualche giorno non saranno più visibili ai visitatori. Ma è la bellezza di un'arte intesa talvolta come dono, nutrimento, esperienza da vivere, o semplicemente effimero ricordo.

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