Riemerge dagli scavi l'ultimo fuggiasco di Pompei

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Napoli - Forse, se la gamba malata non avesse rallentato la sua corsa, consegnando il suo destino alla furia potente del flusso di cenere e lapilli, quest’uomo claudicante di circa 35 anni, alto un metro e sessantacinque centimetri, sarebbe riuscito a salvarsi.
E invece il suo scheletro viene restituito adesso, a distanza di quasi 2mila anni, durante i nuovi scavi della Regio V, in quel prezioso scrigno, che non smette di sorprendere, parte del cantiere di messa in sicurezza dei fronti di scavo interni alla città antica, svelato dal Grande Progetto Pompei.

Quel che resta del corpo di quest'uomo, privo di testa, è stato rinvenuto all’incrocio tra il Vicolo delle Nozze d’Argento e il Vicolo dei Balconi. Fu probabilmente sbalzato all’indietro dal potente flusso piroclastico, mentre il torace si presenta schiacciato, probabilmente da un grosso blocco di pietra (forse uno stipite) che, trascinato con violenza dalla nube, lo avrebbe colpito nella porzione superiore.

Dalle prime osservazioni risulta che l’uomo, sopravvissuto alle prime fasi dell’eruzione vulcanica, abbia cercato di raggiungere il vicolo - ormai invaso dalla spessa coltre di lapilli - nella speranza di salvarsi. Prova ne è la posizione nella quale il corpo è stato rinvenuto, all’altezza del primo piano dell’edificio adiacente, e cioè al di sopra dello strato di lapilli.
È qui che sarebbe stato investito dalla fitta e densa nube piroclastica che lo abrbbe sbalzato all’indietro.

La presenza di lesioni a livello delle tibie segnalano che lo sfortunato fosse affetto da un’infezione ossea che avrebbe comportato una difficoltà nella deambulazione tale da impedirgli di fuggire già ai primi drammatici segnali che annunciavano l’eruzione. Attorno allo scheletro, si sono conservati, quasi intatti, pezzi di rami, boscaglia, frammenti di crollo trascinati dalla drammatica furia del flusso piroclastico.

“Questo ritrovamento eccezionale - spiega Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico di Pompei - rimanda al caso analogo di uno scheletro rinvenuto da Amedeo Maiuri nella casa del Fabbro e oggetto di recente studio. Si tratta dei resti di un individuo claudicante, anche lui probabilmente impedito nella fuga dalle difficoltà motorie e lasciato all’epoca in esposizione in situ. Al di là dell’impatto emotivo di queste scoperte, la possibilità di comparare questi rinvenimenti, confrontare le patologie e gli stili di vita, le dinamiche di fuga dall’eruzione, ma soprattutto di indagarli con strumenti e professionalità sempre più specifiche e presenti sul campo, contribuiscono ad un racconto sempre più preciso della storia e della civiltà dell’epoca, che è alla base della ricerca archeologica.”

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